17 ago 2006
29 lug 2006
23 lug 2006
“Ma chi sei?”
“Ma chi sei?” Queste parole mi frullano nel cervello, mentre la guardo parlare. L’acqua mi aiuta a galleggiare mentre l’alcol e il cibo vorrebbero trascinarmi sul fondo della piscina. Come sono entrato in quella festa, mi hanno messo in mano un bicchiere di spumante che ho tracannato velocemente con l’idea di mettermi subito in pari con gli altri e anche un po’ più avanti. Ma il tavolo di superalcolici quasi finiti mi suggerisce che forse devo accelerare il ritmo.La guardo dritto negli. Non ascolto molto quello che dice, ma cerco di pensare a chi possa essere. Rovisto nella memoria. Cerco di immaginare i suoi capelli lunghi come debbano essere quando sono asciutti. I suoi piccoli seni nascosti in una maglietta. Ma niente proprio. Il mio cervello non ne vuole sapere.
Qualcuno galleggia su una ciambella ci dice qualcosa. Io rido perché devo farlo, ma non ho capito. Lei ride. Ma ride di una risata d’intesa. Non capisco. Non importa. Tre pensieri nella testa. Due piuttosto semplici. Bisogni primari. Sigarette e un altro bicchiere di qualsiasi cosa. Per seguire questi discorsi bisogna stordirsi ancora di più. Il terzo pensiero è sempre legato a questa ragazza che ho davanti. Chi sei? Ma più esattamente come sei? Il corpo è nascosto nell’acqua. Il viso sorride. Piacevole. Boh! Non lo so. Mai avventurarsi in lande sconosciute da ubriachi. Un antico detto russo recita. Non esistono donne brutte, dipende quanto vodka bevi. E io di vodka ne avevo bevuta abbastanza da credere che avrei potuto mollare tutto e andarmene a surfare per il resto della vita.
Le parole scorrono. “Esco un attimo.” Mi tiro fuori dall’acqua e fumo avidamente una sigaretta che si bagna più velocemente di quanto io riesca ad aspirare. Ci vuole un tuffo. Di quelli fatti bene. Non di quelli a “bomba” che ho fatto fino ad adesso per fare casino. Uno di testa. Con il corpo teso. Un piccolo respiro e mi slancio. L’alcol non aiuta le gambe si piegano un po’, ma le braccia tese in avanti mi trascinano dritto nell’acqua. Non mi sono mai piaciuti quelli che i tuffano e rischiano di dare una facciata sul fondo. No. Mi piace entrare a pelo dell’acqua e rimanere in apnea lasciando che il mio corpo avanzi per la spinta della mie gambe. Nuoto qualche metro sotto un metro di acqua in mezzo a mille gambe. Risalgo lungo il bordo e mi poggio con le braccia per riposarmi. Chissà dove è finita quella ragazza.
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8 giu 2006
Io ballo!!!
Lo stretching serve per allentare la tensione dentro i miei muscoli. Il retropalco è poco illuminato e affollato da ballerini. Lo stretching serve per allentare la tensione dentro di me. Mi hanno insegnato a ripetere i gesti che dovrò fare come in un sogno.
Un odore pungente di mare. Un bambino mi guarda e ride. Il sole è già basso sull’orizzonte. Un macchinetta fotografica scatta foto all’impazzata. Il divertente dei bimbi è che sfilano e posano spontaneamente, senza rendersi conto che qualcuno ruba la loro immagine, qualcuno cerca di rubare la loro anima. Come tutti gli sguardi che mi sono addosso mentre ballo.
La concentrazione è massima. Con una mano appoggiata sulla quinta e con l’altra che tira una caviglia, cerco il sentimento che voglio portare sul palco insieme a te. L’emozione che vorrei scagliare sulla gente che è lì che mi guarda. Perché non voglio essere solo un sedere che scodinzola. Voglio essere le viscere che hanno dato la vita a quel bimbo dagli occhi come i miei. Voglio essere i libri che ho letto di notte. Voglio essere il sonno che ho dentro di me mentre a scuola ascolto un professore che parla. Voglio essere il viso di mia mamma. Voglio essere…
I fari m’imperlano
Un ballerino mi tiene per le anche e mi fa ruotare velocemente. Mentre io distendo al massimo tutte le mie estremità. Volo come un angelo. Come un bambino. E sorrido anche se avrei voglia di ridere a crepapelle. Sono al sicuro lassù. Sono io che vortico. Sono io nel cielo.
Buio.
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5 giu 2006
Mugello.
La vita, a volte, prende tinte incredibili di azzurro. Che diventa il giallo di una moto lanciata ai trecento all’ora. Il nero dell’asfalto. Il nero del sonno.
Guardavo la notte da dietro il volante. Niccolò semplicemente dormiva lasciandosi trasportare. Pensavo a Valentino Rossi che se ne va via dentro un elicottero, mentre io sono qua attaccato al mio volante. Mentre io lascio scorrere una lingua di cemento sotto le mie gomme. Con il leggero ronzio di un motore moderno. Con il leggero silenzio di un bambino che dorme. E sogna di esserci lui su quella moto lanciata per tutto il circuito.
Samarcanda. La guerra è finita. Bruciano le divise. Eppure c’è un viso che mi guarda in mezzo alla folla. Un viso nero di una donna cattiva. Bisogna andar via, correre ancora. Lasciare che un destriero giallo come il lampo mi porti via lontano. Giallo come una moto. Giallo come la macchina che immagino di guidare. Perché di notte la carrozzeria può essere di qualsiasi colore.
Giallo come il colore della vita. Giallo perché tutto quello che è giallo è una figata. Giallo come il colore con cui dipingerei la mia vita. Ma anche un po’ di azzurro. Come la tonalità che ha preso domenica la mia vita. Quella tonalità di azzurro cielo sereno, con macchie di nero. Cirri. Cumuli. Nembostrati. Stratocumuli. Striature o pois. Smagliature. Imperfezione. Come sbagliare una curva e finire quinti.
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2 giu 2006
29 mag 2006
Ecco a voi le donne!!!
io: magari sono bello come Brad Pitt
kiara: nn mi interessa
io: magari sono ricco come bill gates
kiara: qst mi interesserebbe di + ...
io: posso dire una cosa volgare?
kiara: si
io: magari ce l'ho lungo come un boa
kiara: nn mi interessa...
io: tra soldi, bellezze e pisello, preferisci i soldi?
kiara: diciamo ke le prime due le trovi + facilmente e la terza è 1 pò + difficilmente
io: quindi se io fossi ricco da fare schifo ci verresti con me?
kiara:nn lo so, ma il mio piano è cazzeggiare fino a 3o anni e poi sposarmi uno ricco...
io: ottimo piano
kiara: grazie
io: prego, solo che per realizzarlo devi essere gnocca
kiara:no, basta essere affacsinante...
io: no, devi essere gnocca
Kiara: mi trovo uno 1 pò ceco...me lo rigiro km mi pare e poi me lo sposo
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20 mag 2006
Gli altri soffrono in salita e Invan Basso ride....
Questa è una di quelle lettere che non si leggono velocemente. È una di quelle che stampi e te la porti dietro. Magari sei in macchina con qualcuno che guida. Silenzio per la fatica del giorno. Guardi fuori dal finestrino e tiri fuori quel foglio che hai piegato in quattro. Finalmente hai qualche minuto per leggere. Oppure te la porti dietro appena stampata. La leggi al tavolo mentre fai colazione. Dopo che hai raccolto le cose che ti piacciono di più dal buffet dell’ennesimo albergo. La leggi mentre giri il cucchiaino nella tazza.Domenica 14 maggio. Arrivo di tappa: Passo Lanciano. Subito nella testa mi si è aperta una voragine di pensieri. Di ricordi. Un nome improvvisamente riapre un mondo di passeggiate, di salite. Di montagne. Avevo una quindicina d’anni quando passavo alcuni giorni d’estate a godermi l’aria buona in quei boschi. Passo Lanciano. Non posso non andare. Conosco quelle curve come le scale di casa mia.
La domanda che puntualmente ti viene posta mentre prepari lo zaino è: “Perché ci vai?” Perché fare quattrocentocinquanta chilometri e passa tra andate e ritorno, arrampicarsi per una lunghissima
salita, solo per vedere “dieci secondi di tappa”? La risposta prima di andare è difficile. Ma quando torni diventa facile. Non ho fatto tutta la strada per vedere dieci secondi tappa, ma per urlare a pieni polmoni: “Vola Falco!” E dura molto meno di dieci secondi. Per quell’istante in cui Savoldelli è al massimo dello sforzo e sembra aver sentito. Sembra essere contento per un solo istante. Ecco perché.A colazione mangi qualcosa, ma non troppo. Poi ti metti in macchina. Inizia il viaggio. Inizia sempre qualcosa che ti aspetti ma non conosci e non sai questa volta come arriverà. Cosa succederà. Con chi chiacchiererai per ammazzare l’attesa. Con chi scambierai opinioni. A chi urlerai per sapere i risultati delle partite. Qualcuno si girerà e ti dirà: “il Falco è in fuga, è solo, ha staccato tutti.” Questo immagini mentre l’asfalto dell’autostrada scorre sotto la tua macchina.
Inutile dilungarsi sul resto. Tutto si riduce a quando i corridori arrivano. Mi sono piazzato ai duecentocinquanta. Per un motivo molto semplice. Ho pensato: “quando guardo le tappe, chi
invidio di più?” Mi sono piazzato ai duecentocinquanta. Abbastanza vicino all’arrivo da vedere chi alza le braccia. Abbastanza vicino alla curva da non capire subito chi sta arrivando. Abbastanza vicino alla curva da sperare che la voce sbagli e sia il Falco a spuntare. Dal lato stretto della curva. Perché i corridori si avvicinano per tagliare. E posso far sentire la mia voce.Vola Falco.
Perché poi chi se ne frega di come è arrivato. Era là a un metro da me. Io ero felice mentre facevo la strada a piedi per tornare a casa. Mentre m’infilavo nei sentieri di montagna per tagliare la strada principale. Chi se ne frega. In fondo sono felice che Basso abbia vinto. In fondo sono felice di aver visto i corridori. Anche quelli che hanno fatto più fatica. Di aver visto le ammiraglie. I giornalisti. La gente. Di aver respirato aria.
Mentre sei in macchina. Spunta uno striscione con scritto arrivo. Nell’aria. Sospeso al nulla. Alzi le braccia. Hai vinto. Hai vinto con Basso. Hai vinto col Falco. Non prendetemi in giro. Non sto dicendo che Basso ci rappresenta tutti o cose così. Io tifo con tutto il mio DNA Paolo. Ma la strada che ho percorso. La fatica per salire in cima e per tornare indietro è pari a quella dei ciclisti. Quando entri a casa. Mangi e crolli a letto.
Ivan se hai uno sponsor sulla maglietta è perché anch’io faccio la tappa, la prossima volta regalami il cappellino!
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17 mag 2006
16 mag 2006
Questa è una di quelle lettere che non si leggono velocemente. È una di quelle che stampi e te la porti dietro. Magari sei in macchina con qualcuno che guida. Silenzio per la fatica del giorno. Guardi fuori dal finestrino e tiri fuori quel foglio che hai piegato in quattro. Finalmente hai qualche minuto per leggere. Oppure te la porti dietro appena stampata. La leggi al tavolo mentre fai colazione. Dopo che hai raccolto le cose che ti piacciono di più dal buffet dell’ennesimo albergo. La leggi mentre giri il cucchiaino nella tazza.
Domenica 14 maggio. Arrivo di tappa: Passo Lanciano. Subito nella testa mi si è aperta una voragine di pensieri. Di ricordi. Un nome improvvisamente riapre un mondo di passeggiate, di salite. Di montagne. Avevo una quindicina d’anni quando passavo alcuni giorni d’estate a godermi l’aria buona in quei boschi. Passo Lanciano. Non posso non andare. Conosco quelle curve come le scale di casa mia.
La domanda che puntualmente ti viene posta mentre prepari lo zaino è: “Perché ci vai?” Perché fare quattrocentocinquanta chilometri e passa tra andate e ritorno, arrampicarsi per una lunghissima salita, solo per vedere “dieci secondi di tappa”? La risposta prima di andare è difficile. Ma quando torni diventa facile. Non ho fatto tutta la strada per vedere dieci secondi tappa, ma per urlare a pieni polmoni: “Vola Falco!” E dura molto meno di dieci secondi. Per quell’istante in cui Savoldelli è al massimo dello sforzo e sembra aver sentito. Sembra essere contento per un solo istante. Ecco perché.
A colazione mangi qualcosa, ma non troppo. Poi ti metti in macchina. Inizia il viaggio. Inizia sempre qualcosa che ti aspetti ma non conosci e non sai questa volta come arriverà. Cosa succederà. Con chi chiacchiererai per ammazzare l’attesa. Con chi scambierai opinioni. A chi urlerai per sapere i risultati delle partite. Qualcuno si girerà e ti dirà: “il Falco è in fuga, è solo, ha staccato tutti.” Questo immagini mentre l’asfalto dell’autostrada scorre sotto la tua macchina.
Inutile dilungarsi sul resto. Tutto si riduce a quando i corridori arrivano. Mi sono piazzato ai duecentocinquanta. Per un motivo molto semplice. Ho pensato: “quando guardo le tappe, chi invidio di più?” Mi sono piazzato ai duecentocinquanta. Abbastanza vicino all’arrivo da vedere chi alza le braccia. Abbastanza vicino alla curva da non capire subito chi sta arrivando. Abbastanza vicino alla curva da sperare che la voce sbagli e sia il Falco a spuntare. Dal lato stretto della curva. Perché i corridori si avvicinano per tagliare. E posso far sentire la mia voce.
Vola Falco.
Perché poi chi se ne frega di come è arrivato. Era là a un metro da me. Io ero felice mentre facevo la strada a piedi per tornare a casa. Mentre m’infilavo nei sentieri di montagna per tagliare la strada principale. Chi se ne frega. In fondo sono felice che Basso abbia vinto. In fondo sono felice di aver visto i corridori. Anche quelli che hanno fatto più fatica. Di aver visto le ammiraglie. I giornalisti.
Mentre sei in macchina. Spunta uno striscione con scritto arrivo. Nell’aria. Sospeso al nulla. Alzi le braccia. Hai vinto. Hai vinto con Basso. Hai vinto col Falco. Non prendetemi in giro. Non sto dicendo che Basso ci rappresenta tutti o cose così. Io tifo con tutto il mio DNA Paolo. Ma la strada che ho percorso. La fatica per salire in cima e per tornare indietro è pari a quella dei ciclisti. Quando entri a casa. Mangi e crolli a letto.
Ivan se hai uno sponsor sulla maglietta è perché anch’io faccio la tappa, la prossima volta regalami il cappellino!
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15 mag 2006
12 mag 2006
9 mag 2006
Allora il re si indignò e, mandate le sue truppe, uccise quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.
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3 mag 2006
Ci sono cose che pensi possano trasformarsi in soluzioni e invece si ammucchiano insieme in una piccola catasta, come i vestiti sporchi nella mia stanza. Prendo questa catasta e la butto nel cesto dei panni. Prendi la soluzione/problema e la scarichi nel cesso. La guardi girare e invece rimane a galla come il mozzicone di una sigaretta. Vabbè ci penserai.
La posizione di chi guarda un cellulare è con la testa fra le mani. Ogni tanto tocchi un tasto, il video si accende e tu fuggi come se ci fosse un serpente. Ritrai la mano velocemente. Non vuoi toccare troppo. Con quella atavica sensazione che la tecnologia stia sempre per esplodere. Che stia sempre per avvenire un danno imminente che tu non fai altro che accelerare.
Quattro ore. Sono un tempo lunghissimo e poi neanche così lungo. È il tempo che un treno ci mette per portarmi da Roma a Bologna o a Pescara. È il tempo che ho passato seduto dentro una stazione ad aspettare la mia coincidenza perduta per andare a Trieste. È il tempo che ho atteso in assenza di vento sdraiato a largo su di un catamarano. Quattro ore. Non è neanche il tempo che passa tra la prima e l’ultima ora a scuola. Il tempo del tema della maturità. Non è poi così tanto. Non dimenticate occhi azzurri e un sorriso. Una risata.
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11 apr 2006
“Ho teso corde da campanile a campanile; ghirlande da finestra a finestra; catene d'oro da stella a stella - e danzo.” Rimbaud.
Vorrei che tutti voi la piantasse di dire e fare qualsiasi cosa. Mi spiego meglio. A meno che non siate chiusi nella vostra stanza ad uccidervi di peti, qualsiasi cosa facciate è solo cattiveria…
Non mi verrebbe male fare il poeta maledetto. Ubriaco. Lungo l’argine del Tevere. Leggere parole di scrittori eterni. Fermarsi davanti ad uno di questi autori e dirgli: “Ma tu chi sei?” Lui cerca di spiegarsi. Giustificarsi. Ma io già sono da quello dopo. E leggo forte parole che rimbombano. Sono ubriaco e leggo a voce altissima quelle parole.
“Cadiamo in acqua!”
“Salta, ti tengo io.”
Ho pisciato nel Tevere. Il che non è una cosa grandiosa. Da una piattaforma che ci galleggiava sopra. Sotto Castel Sant’Angelo. Guardando i fari delle macchine sul ponte. Quando pisci da ubriaco nel tuo cervello si cancella tutto. Sei troppo impegnato a tenerti equilibrio e a non cascare. Ecco perché quando sono a casa piscio con la testa contro il muro. Ma non sempre. Solo quando ho alzato il gomito.
“Ho teso corde da campanile a campanile; ghirlande da finestra a finestra; catene d'oro da stella a stella - e danzo.” Rimbaud.
Vorrei danzarvi sulle palle. Anche se sono solito danzarmi sull’anima e sul cervello, a voi vorrei danzarvi sulle palle. E non voglio essere perdonato. Ma voglio essere odiato. Bestemmiato. Vi prego!
Blog. Parole libere. Parole che se ne vanno via spinte dal vento. Parole che se ne vanno e basta.
Volevo essere un poeta come Rimbaud. Volevo essere un battello ebbro che scivola su un fiume. Il grande Arturo ha preso la sua baracca e si è messo fare il trafficante di armi. Mare. Il mare torna sempre. Battello. Non a caso. Corde, ghirlande e catene d’oro. Si tendono a festa. Ma mi legano. Campanili. Finestre. Stelle. La mia città. La mia casa. Il mio Dio. E sono ancora legato a me stesso.
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7 apr 2006
V: Vorrei farla leggere a tutti qui dentro e dire: sentite che bravo il mio amico!
V: Fichissima.
M: Sono un niente che ha ricevuto un dono di cui non sa che farsene.
V: Pure io voglio partecipare!
V: Possoooooooooooooooooo?
M: No.
V: Eddai
M: No.
M: Se poi vinci tu…
V: Hai paura che vinco io? Dì la verità.
M: …sei più brava anche in questo.
V: Oddio siamo telepatici
V: sì, certo.
M: Eh eh.
V: Non credo proprio
V: Io una genialata così....mai
M: Tu sei più brava di me
M: Tu sei più brava di me in qualsiasi cosa
V: Non è vero
M: Purtroppo sì
V: No
M: Io faccio parte di quella categoria di innamorati costretti a vivere all'ombra
M: nel tentativo di riflettere almeno un raggio di quella luce.
V: Tu fai parte di quella categoria di innamorati dolci e sinceri
V: che vivono di luce propria senza oscurare chi amano
V: senza che gli altri se ne accorgano, vigilano su di te.
M: Eh eh
V: Sanno farti sentire felice e forte e non ti accorgi che dipende tutto da loro.
V: Che figata
V: Io invece sono una a cui piace che i meriti vengano riconosciuti.
V: Io mi prendo le lodi.
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