5 dic 2006
4 dic 2006
Può un semplice colore cambiare la tua vita?
Sei sempre stato quello che piscia contro un muro nel centro di Roma. Quello che la prima cosa che guarda è il sedere di una donna. Quello che beve due litri di birra. Quello che fuma una sigaretta ubriaco sull’argine del Tevere. Quello che va a dormire alle quattro e si sveglia all’una. Quello che i soldi servono a comprare libri. Quello che il silenzio serve a una donna per fare il suo dovere. Quello che viaggia in treno.
Poi all’improvviso un colore cambia la tua vita. Ma non è solo la sua bellezza. Bellezza che pensi di non aver mai conosciuto. Non è solo questo. Ma è la sua trasparenza. Come guardare attraverso un vetro. Attraverso un paio di occhiali. Le cose vecchie diventano nuove. Non solo nel loro significato.
E allora ci sono cose di cui non hai più voglia. Silenzi che ti scandalizzano. Sigarette che non vorresti aver mai fumato. Parole che non vuoi più aver detto. Ma soprattutto parole che vorresti avere il coraggio di dire. Per trovarti ancora una volta occhi negli occhi. E poter trovare quella sensazione di cui si parla nei libri.
Il problema vero è (o era) che io sono sempre stato innamorato del concetto “donna”. Per cui come un appassionato di moto trovi sempre qualcosa che ti attira. Quel particolare che nasconde la bellezza. Ma poi un giorno ti fermi e ti siedi. Non so spiegare come. Ma qualcosa cambia definitivamente e lasci che il tuo pensiero indugi. Indugi ancora. Ancora un’altra volta. E allora scappi. Hai paura che questa volta ti abbia proprio fregato.
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1 dic 2006
Hip hop
Gli uffici del Bethesda Cares sembrano particolarmente bui. Sheila mi saluta da una finestra, con il sorriso di chi non ha ancora capito perché faccio la strada lunga ed entro dalla porta principale invece di tagliare per la porta si servizio. Il centro è crowed, come sempre quando sta per piovere.
Il mio amico Hip Hop mi promette che morirò per colpa di una sigaretta. Guardando il mozzicone che porta a spasso, ribatto: “you too!” C’è qualcosa di diverso nel suo sguardo. Ma da bravo volontario faccio finta niente è roba per assistenti sociali, non per me che viaggio tra le mansioni di magazziniere, archivista, segretaria, guardia di sicurezza, vedetta del fortino, tuttofare.
Anche dentro c’è qualcosa nell’aria. Old man è al telefono. Parla poco. Sue non c’è e neanche Barbara. Ma per quest’ultima è normale, è venerdì. La mia stanza sembra particolarmente ingombra. Sheila non viene ad impicciarsi. C’è qualcosa che non va oggi. Sistemo le sedie. Prendo cartelle e documenti su cui devo lavorare. Old man mi annuncia che tra few minutes se ne andrà. Lo guardo. Il problema è il suo non il mio. Invado tutto con le carte. Cerca di capire per quanto tempo ancora governerò su quella terra e per ribadire la mia posizione attiro a me tre sedie e le riempio di carte.
La finta calma dell’attesa si rompe. Hip Hop con una tazza di caffè si infila dentro l’ufficio di Sheila. Lascia la porta aperta, come sempre, ci tiene che sappiamo dov’è il suo problema. Ma oggi è più inquietante del solito. Urla. Una sola parola rimbalza ovunque nel silenzio che è sceso nella testa di tutti. Schizofrenico.
Hip Hop è la persona che stabilisce i turni di accesso all’ufficio di Sheila, l’assistente sociale. Lui è il re della zona degli homeless. Se qualcuno entra negli uffici senza il suo permesso, lo viene a prendere e se lo porta via. È l’unico senzatetto che può entrare in ufficio senza che tu debba staccare il tuo sguardo dallo schermo. A meno che non sia venuto per te. Per raccontarti qualcosa. È bipolare. Ma solo perché è troppo allegro per essere depresso come tutte le persone nelle sue condizioni.
Da quando aveva quattordici anni è stato due volte in centri per il recupero delle tossico dipendenze. Sa cosa vuol dire essere rinchiuso. Ho venti anni. Urla. Non vuole essere rinchiuso ancora una volta per colpa di un fucking doctor. Non vuole medicine che lo stordiscano. Sta bene così com’è. Lo guardo di spalle attraverso la porta.
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29 nov 2006
Si viaggia per andare a trovare una fidanzata, per andare a vedere un museo, per socialità, per cultura, per ricongiungimento familiare, per incontrare una bionda al bar, per riposarsi, per fare sport estremi, per andare al mare, per farsi una sauna, per andare in montagna, per una scampagnata, per una sciata, per tornare a casa a Natale, per affari, per salvare il mondo, per salvare un povero pinguino, per perdere soldi a un casinò, per scappare da un carnefice, per leggere un libro in lingua originale e su una panchina originale, per guardare le stelle, per fare sesso, per commettere reati, per poi tornare a casa, per non tornare più a casa, per trovare un lavoro, per il silenzio del deserto, per un ginocchio che fa male, per una malattia che ti sta uccidendo, per andare da Dio, per raggiungere un santuario, per scrivere un libro, per sentire un concerto, per scendere due gradini, per salirne settecentocinquatasei, per stringere la mano alla gente per strada, per nascondersi dietro un sasso, per mangiare qualcosa di strano, per bere vino o birra,…
Se non dormi fuori casa neanche una notte non sei un viaggiatore. Sei un escursionista. Sei qualcuno che è tornato indietro troppo presto. Perché alla fine è sempre troppo presto per tornare a casa. C’è sempre qualcuno che aspetta. Ma c’è sempre qualcuno che non aspetta. C’è sempre il silenzio di un telefono che ha smesso di squillare e il frastuono di una chiamata mentre sei seduto a guardare il tempo che passa. A guardare il mondo che gira. A provare per un momento la sensazione che il mondo vada alla rovescia con i piedi al posto della testa.
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27 nov 2006
21 nov 2006
Lascia stare tutto questo!!!! Lasciamo che il silenzio ogni tanto sia troppo violento per le orecchie. Lasciamo che tutto si trangugi dentro se stesso. Lasciamo che il cane mangi la sua stessa coda. Lasciamo che una donna ancora abbia voglia di mentire.
Non è facile passare in rassegna file e scoprire che qualcuno dell’ottantaquattro può drogarsi da quando ha quattordici anni. Ghigliottina che ti trasforma in un barbone senza neanche essere passato dal via. Senza neanche aver preso qualche soldino. Anzi qualche soldino lo hai preso perché prima lo hai rubato a tua madre. Poi lo hai rubato a chissà chi. Eppure vieni scarcerato perché c’è stato un mistake, un misunderstanding.
Non so perché, nella mia logica, allora, la soluzione è schiacciare questi micro-ricordi-records-files-nonsochecazzo nell’abisso della coscienza. I sistemi sono i soliti. Droga, alcol, sesso. Eh eh. E ritorna l’allegra ghigliottina che ti condanna ad essere un barbone pure a te. E allora è arrivata l’ora di smettere di pensare che il mondo voglia essere salvato. Forse Sheila, Sue e Barbara vorrebbero salvarlo. Ma il mangiafagioli? Gay-Spilungone? Pansa-guardatv?
Oggi mi si ghiacciavano le mani dal freddo. “Gosh! I’m freezing! Man!” Ho cercato di spiegare al simpatico autista filippino che aveva semplicemente deciso di lasciarmi ad aspettare il suo maledetto autobus su un marciapiede. Un barbone dormiva su una sedia con una giacca blu. Il mio amico Hip-Hop oggi non mi ha salutato. È bipolare. Oggi era il giorno della urla. Peccato! Lo sproloquio contro i girlscout cookies mi aveva divertito. Ma chissà quale è la sostanza di cui si fa. La mia amica eroina si è rimediata degli underwear neri. Birtorzolo oggi invece era strano, deve aver cambiato liquore. Ruttava che Dio la mandava. Old man era simpatico come al solito. Pantalone di velluto. Camicia a scacchi. Due giorni a settimana è seduto a un passo da me. Scrive lettere e telefona. Solo oggi si è accorto che è un mese che aggiorno quello stramaledetto archivio.
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17 nov 2006
Il barbone elegante
Non so bene cosa debbano comunicare i miei occhi e lascio che passi quello che ho dentro. Guardo Sheila seduta nella scrivania. “Questo è quello che dice.” Un po’ sorride. Non sa se è il mio inglese o la faccia di quell’uomo a rendere poco credibili le frasi che aleggiano nell’aria, sospese e soppesate nei nostri cervelli per capire che risposta dare. Che risposta dargli. Guardo ancora Sheila, pensando: “che ti costa è solo una firma!” Sorride. Lei sa sempre quello che pensa la gente. E in un angolo verga il buono regalando a questo improbabile elegante barbone sudamericano, un altro vestito con giacca e pantaloni.
L’uomo guarda Sheila e poi guarda me. Per un attimo temo mi voglia baciare una mano. Ma fa una delle cose più belle che siano successe qua. Stringe a sé quel buono. Come fosse un figlio. Come chi finalmente possiede qualcosa di valore. E poi ci guarda, eroi nella sua vita per i prossimi venti secondi. E con una mano ci saluta. Con quel gesto strano che usa solo la Regina Elisabetta. Con il braccio piegato parallelo al corpo e le dita strette. Lo guardo attraverso il vetro dell’ufficio andar via. Scuoto la testa in una piccola risata e me ne torno a lavorare.
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14 nov 2006
THE FART!
L’ascensore ci mette sempre un sacco di tempo. Tre porte bianche senza indicazioni sopra. Una delle tre si apre a caso e tu ci salti dentro per scendere o salire. Dentro di me scommetto su quale arriverà prima. Il centrale. Dico sulle labbra. E, infatti, arriva quello di destra. Salgo dentro. L’ascensore è ampio. Dentro è tutto di simil legno. Un enorme specchio. Il soffitto di plastica e il pavimento sempre di plastica, ma marmorizzata.
Al quinto piano, io vivo al settimo, sale una bionda. Novanta chili. Forse cento. Per un metro e settanta cinque. Maglietta rossa scollata su un seno procace. Pantaloni beige. Schiaccia il pulsante per andare in garage. Nella mano destra a una fetta di torta stracolma di zucchero a velo. Nella sinistra un tovagliolo rosso da cui fa capolino un altro pezzo abbondante del dolce. Dentro di me penso: “Mangia un altro po’.”
Poi tutto succede rapidamente. Come si chiudono le porte, la bionda scoreggia. Ma non una sottile. Una piena. Con annesso movimento di chiappa per permettere la fuoriuscita gassosa. E poi? Un’altra. La mia faccia rimane impassibile. Giocatore di poker. Rimango impenetrabile. Come fosse normale. Lei assume la faccia di chi sta dicendo non sono stata io. Ma, amica mia, eravamo in due in là dentro. Se non stato io, sei stata tu.
Per fortuna gli ascensori in questo grande stato devono salire e scendere per decine di piano. Per cui i soli cinque che ci dividono da terra, se li beve di un fiato. Pochi secondi. Le porte si riaprono. Saluto e scappo fuori.
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12 nov 2006
10 nov 2006
Autunno
Per un momento sulle pareti candide e sulla moquette bianchissima scola questo enorme calderone arroventato. Piccole gocce color sangue venoso lasciano la scia dietro il piccolo infante che si trascina dietro il pensate fardello. Lo guardo mentre sono seduto in terra con le gambe incrociate.
L’autunno raccoglie manciate della poltiglia e le lancia contro la finestra. Ed io sono ancora a guardare. Sono ancora chiuso dentro di me. Lascio che tutto accada senza ribellarmi. Senza un urlo. Senza un singhiozzo. Come un vecchio monaco buddista lascio che le cose semplicemente siano.
Il calderone fumante di marrone si rovescia. Il bimbo si ritrae in un angolo, come scappasse dall’onda del mare. Tutto diventa monotono. Anche io d’improvviso divento del colore delle foglie e del vento le scuote.
Gli occhi del bimbo saettano nella stanza. Come cercasse una via d’uscita. Un respiro profondo. Un balzo. Vola verso di me. Poggia un piede leggerissimo sulla mia testa. E vola via fuori dalla finestra. Vola verso un azzurrissimo cielo terso. D’improvviso i miei occhi saettano da un azzurro all’altro. Il dorso di un libro. L’etichetta di una vasetto. La confezione della terra. La suola delle scarpe. Un simbolo sulla maglietta.
Il bimbo vola dentro la stanza e dipinge tutto. Ora giallo. Ora rosso. Ora verde. Ancora azzurro. Con le sue manine traccia impronte sul muro. Mi alzo in piedi. Sono vestito di bianco come un catecumeno. Raccolgo da terra un grande pennello. Mi avvicino all’enorme conca. Il celeste mi illumina il viso. Ma non è lui il colore che cercavo. Un po’ di bianco. Una punta di grigio. Uno sguardo dolce e benevolo che si posa su di me. Ecco l’azzurro che cercavo. Intingo. Seguendo il non senso del bimbo, semplicemente, imbratto tutta la stanza. Lasciando che le forme restino tali e le gocce cadano in terra.
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6 nov 2006
Questa non so proprio da dove mi è uscita...
Leggiamo il giornale su internet e libri sulla metro. Abbiamo vinto il mondiale di calcio cantando l’inno d’Italia 90. Ci sediamo su una panchina e aspettiamo un autobus. Abbiamo dovuto imparare a fare la doppietta per cambiare le marce. Noi siamo quelli che vorrebbero scrivere lettere d’amore. Siamo quelli che hanno imparato a memoria poesie. Siamo quelli che s’innamorarono di due splendidi occhi.
Però ad un certo punto ci siamo fermati. Abbiamo guardato i libri. Abbiamo guardato le preghiere. Abbiamo guardato le donne con cui abbiamo fatto l’amore. Abbiamo guardato i mozziconi di sigarette in terra. Le bottiglie vuote. I giorni persi a non fare niente. I giorni dentro l’università, la scuola. Abbiamo guardato le scarpe consumate dal camminare. Le vacanze. Il silenzio di una serata passata su di un muretto da soli, semplicemente ad aspettare qualcuno. Con le mani infilate nelle tasche per il freddo. Il naso e le orecchie ghiacciate. Semplicemente aspettare. Abbiamo guardato tutto questo e ce ne siamo chiesti il senso. E allora ci siamo fermati a scaldarci in un bar. E siamo ancora là dentro e guardiamo il mondo dalla vetrina.
Ma siamo felici di ballarvi sulla faccia, mentre cercate di sbirciare le cosce delle nostre donne. Mentre cercate di imitarci. Mentre mangiate avanzi dei vostri pasti. Mentre siete troppo giovani o troppo vecchi per fare l’amore. Mentre semplicemente noi ce ne stiamo lontano.
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