9 ott 2005

Servi inutili

L’idea che sta alla base di tutto m’innervosisce. Anzi mi fa incazzare proprio. L’idea per cui sotto qualcosa o sotto qualcuno ci sia sempre ed inevitabilmente un senso certo. Ci sono significanti e significati. Il tuo corpo molle non è niente. È vuoto totale. È assenza di significato. (Anche se in realtà anche il vuoto non senso è senso. Il non messaggio è messaggio). Sei solo il putrido cibo che sfamerà gli inutili vermi della terra. Sei una piccola bottiglia vuota. Poi un giorno decidi di abbeverarti alla fonte della vita e riempi la tua bottiglia. Però non c’è solo una fonte. Ce ne so mille. Allora inizi a fare cocktail. Tequila Sunrise, Cuba Libre, Assenzio liscio, schottino, alcol puro, birra alla spina, un bicchiere di vino e ognuno è quello che gli pare. Quello che sceglie tra le disponibilità che ci sono. Come al supermercato oppure al discount. Oppure in enoteca. Oppure non so dove. Magari in cima ad una montagna a raccogliere acqua pura. Oppure in qualche valle ombrosa a spremere bacche rarissime per coglierne il prezioso nettare. Sei un vuoto totale che diventa qualcosa di unico e diverso. Come unica e diversa è ogni bottiglia. Tempo, temperatura, contenuto… Tutto è diverso.
Poi ad un certo punto arriva qualcuno e da una sorsata. “Buono questo chinotto.” “No, veramente io sarei del Nero D’Avola.” Arriva un altro. “Che schifo! Chinotto!” “No, veramente, io sono sempre Nero D’Avola.” Poi ti rendi conto di avere una bella etichetta sulla pancia. Poche lettere. Scritte anche piuttosto bene: “CHINOTTO”. Tu eri sceso nelle migliori vigne, lasciando che il sole scaldasse il tuo corpo e bruciasse i tuoi occhi. Hai scelto acino per acino il tuo contenuto. Per essere nero inchiostro, ma con delle venature rubino. Hai scelto, selezionato, bruciato, lottato per essere. Invece non sei. Perché hai una bella etichetta sul tuo pancione rigonfio che dice: “CHINOTTO!” E, per tutti, sei chinotto.
Sei un vuoto. Sei un molle ammasso di cellule. Non hai controllo neanche su quello che sei. Gli altri decidono e tu sei. Senza pietà alcuna. Perché, parliamo chiaro, la pietà non esiste. Esiste la pena. Ma non la pietà. Come la carità e la speranza, è una pia illusione. Altro che pilastri. Tutto gira intorno alla pena. Mi dispiace molto per te, eccoti quello di cui hai bisogno. Mi fai un po’ schifo, ma prendi questo così fai un po’ meno schifo.
Sei vuoto. Sei un pozzo profondo pieno di inutili cazzate. Ecco quello che sei ed è meglio che lo sai ora perché magari ti fai idee sbagliate. Magari pensi che quello che dici abbia un senso o almeno sia espressione di te stesso. Invece sbagli. Dai retta a me. Svuota il tuo cervello. Non avere idee, opinioni. Non pensare nulla. Non dire niente. Stattene nel tuo silenzio. Magari se hai una fervida fantasia inventa storie e falle vivere solitarie nella tua testa. Lascia che piano piano tutto si allontani. Che il mondo intorno a te crolli. Lasciati essere una bottiglia in uno scaffale vuoto. Quello che non si allontana, lo allontanerai.

McLuhan diceva: “L’accettazione docile e subliminale della loro influenza ha trasformato i media in prigioni senza muri per gli uomini che ne fanno uso”.
    

8 ott 2005

Fonte Misna.org

IRAK 8/10/2005 15.17
AUMENTA NUMERO SOLDATI USA MA NON LA SICUREZZAAltro, Brief
Con i sei soldati morti ieri è salito ad almeno 1.950 morti il bilancio dei caduti tra i marines statunitensi impegnati negli ultimi 31 mesi in Iraq. Washington ha annunciato di aver portato a 138.152 il numero dei soldati Usa di stanza nel Paese arabo per tenere testa alla ribellione e, soprattutto, garantire lo svolgimento del referendum sulla Costituzione, previsto per il prossimo 15 ottobre e considerato un appuntamento decisivo per il futuro dell’Iraq. Intanto le autorità militari statunitensi fanno sapere di essere pronte a bombardare alcuni villaggi al confine con la Siria, nei quali si nasconderebbero gruppi di ribelli. Dallo scorso 28 settembre il Pentagono ha annunciato ed eseguito almeno quattro grandi operazioni contro la guerriglia, senza però ottenere evidenti risultati visto il susseguirsi giornaliero di attacchi e attentati - soprattutto contro le forze di sicurezza irachene ma anche contro civili inermi - pressoché in tutto il Paese.[LL]

7 ott 2005

Senza senso

“Non posso vivere senza di te. Perdere è una questione che mi ha sempre divertito”. Questo doveva essere l’incipit. Sono tre giorni, almeno, che è sul mio monitor. Sotto avevo messo quest’altra frase che mi sembrava anch’essa un buon incipit. “Sai quando due sedicenni si accorgono di piacersi l'uno con l'altra, quelle telefonate surreali in cui lei ridacchia come un'idiota e tu sei un po’ basito?” Due incipit diversi, ma entrambi possibili.
Incredibile come cercare un inizio sia un affastellarsi di frasi molte diverse fra loro che ognuna porta dietro di sé un significato o, come piace a noi comunicatori, un messaggio. “Perché lo fai?” I mass media ci raccontano di donne, a volte bambine, che in chat ti offrono le loro foto in cambio di una ricarica per il cellulare. Soldi. Cellulare. Ma perché? C’è un’eterna lotta tra gli uomini che dicono alle donne che sono zoccole e le donne che dicono agli uomini che sono stronzi. Flavia dice che gli uomini sono insulsi. Forse sono anch’io sono insulso. Terribilmente insulso. Come è terribilmente dis-umanizzante l’incontro tra soldi e sesso. Come è terribilmente reale questo incontro.
“Vuoi sapè la procedura? Io i soldi non li caccio e tu non li becchi (Sordi).” Albertone. Vecchio saggio nel suo favoloso Marchese del Grillo. Incredibilmente attuale. Io non ci sto. Che la campane suonino a morto. Tutte!!!! È morta la giustizia. “Vuoi sapè la procedura? Io i soldi non li caccio e tu non li becchi (Sordi).” Quando qualcuno deve imparare a trasformarsi in una aberrazione di se stesso allora noi non possiamo far altro che piangere. Perché siamo insulsi e ci stiamo trasformando tutti in un aberrazione.
Per questo c’è bisogno di una donna. O almeno, per questo che io ho bisogno di una donna. Esattamente una donna. Perché gli uomini sono insulsi, ma le donne no. Perché gli uomini ragionano con il loro pene e le donne con le ovaie. Io ragiono con la parte di me che mi porta a provare piacere, forse il più grande piacere che si possa provare. Una donna ragiona con la parte di lei che la porta a provare dolore, forse il più grande dolore che si possa provare.
Sottile differenza. Diverso approccio. Diverso risultato. Diverse responsabilità.
C’è assoluto bisogno di tornare sulla strada. C’è assoluto bisogno di tornare sull’asfalto.
“La vertigine non è paura di cadere, ma voglia di volare (Lorenzo)”. Voglio fidarmi. Ho bisogno di fidarmi di te.

Secondo me non gli assomiglio per niente!!!!!


5 ott 2005


3 ott 2005

La Romita!!!!





2 ott 2005

DEFEND AMERICA

Anche questo può essere quanto meno interessante!!!!

Già che ci siete guardate anche questo.

United state Navy e in particolare questo

Viaggiare sicuri

Se volete viaggiare andate a guardarvi prima questo sito. Per me è una vera chicca del Ministero degli Affari Esteri.

Fonte Misna.org

SUD DEL MONDO 30/9/2005 4.33
OCSE: AIUTI ALIMENTARI, CAMBIARE SISTEMA E COMPRARLI IN LOCO

Economia e Politica, Brief

Cambiare il sistema degli aiuti alimentari diminuendo la quantità di scorte trasportate dai Paesi ricchi e acquistandole invece in quelli poveri non solo porterebbe vantaggi ai beneficiari dell’assistenza ma permetterebbe di risparmiare grandi quantità di denaro: lo sostiene un nuovo rapporto dell’Organizzazione per la cooperazione economica e lo sviluppo (Ocse- Oecd, che riunisce 30 Paesi del Nord del mondo). Secondo l’indagine i costi potrebbero essere abbattuti fino al 50%: è il caso degli Stati Uniti, che trasportano verso i Paesi del Sud del mondo la propria sovrapproduzione, mentre spenderebbero la metà acquistando direttamente in loco. Nel 2004, il 99% del cibo donato dagli Usa era ‘tide aid’, cioè vincolato alla produzione statunitense. Non solo, ma l’immissione sui mercati locali di grandi quantità di cibo – per esempio grano o cereali – rischia spesso di far abbassare il prezzo dei prodotti locali, con gravi ripercussioni sui contadini dei Paesi poveri. Il rapporto sottolinea che questa pratica non è imputabile solo agli Stati Uniti, ma anche ad altri donors come il Giappone, la Cina, l’India e la Corea del Nord. Il risparmio, sostengono gli esperti dell’Ocse, non deriva solo dai minori costi di trasporto, ma anche dall’acquisto di generi alimentari in uno dei Paesi della regione dove è destinata l’assistenza (per esempio il Niger, in questi mesi); questo permetterebbe un abbattimento dei costi fino al 33%. Secondo Edward Clay, uno degli autori del rapporto, i Paesi donatori potrebbero abbassare la spesa di 750 milioni di dollari l’anno. Qualcuno ha già iniziato: il governo del Canada ha annunciato in questi giorni che d’ora in avanti acquisterà sul mercato locale fino al 50% dei prodotti alimentari destinati agli aiuti rispetto al limite del 10% mantenuto finora.[EB]

Fonte Misna.org

MONDO 30/9/2005 6.11
ASSEGNATO ‘NOBEL ALTERNATIVO’ A QUATTRO ATTIVISTI PER I DIRITTI UMANI
Diritti Umani, Brief
Un ‘uomo di medicina’ del popolo boscimane, un’avvocatessa malese e due attivisti canadesi per il ‘commercio equo’ sono i quattro vincitori dell’edizione 2005 del premio ‘Right Livelihood Award’ conosciuto anche come ‘Premio Nobel alternativo’. Il riconoscimento, dice il suo fondatore Jakob von Uexkull, è indirizzato a persone che abbiano dato “speranza e ispirazione ma anche messo in pratica azioni concrete e soluzioni” per i problemi globali. Roy Sesana, 76enne boscimane del Botwana, con l’associazione da lui fondata nel 1992 ‘Popoli indigeni del Kalahari’ (First Peolple of Kalahari) ha avviato un movimento di resistenza non violento contro i trasferimenti obbligati del popolo boscimane fuori dalla terre avite del Kalahari, dove sono stati individuati importanti giacimenti diamantiferi a cui ambiscono il governo di Gaborone e investitori privati. La difesa dei diritti dei migranti poveri in Malesia, in particolare delle decine migliaia di domestiche di origine indonesiana chiuse in abitazioni dove spesso subiscono violenze fisiche e sfruttamento, è invece la battaglia che ha fatto meritare il premio a Irene Fernadez, avvocato di Kuala Lumpur. Maude Barlow, nota in patria per la difesa dei diritti delle donne, e Tony Clarke sono i due attivisti canadesi premiati per la realizzazione di modelli alternativi di commercio. Infine una menzione speciale è andata all’artista messicano Francisco Toledo “per aver dedicato se stesso e la sua arte alla protezione del patrimonio culturale, dell’ambiente naturale e della vita comunitaria del popolo indigeno di Oaxaca”. La cerimonia di premiazione è prevista per il 9 dicembre a Stoccolma, presso il parlamento svedese. I vincitori si divideranno i 213.000 euro del premio messo a disposizione da von Uexkull, che nel 1980 inaugurò l’iniziativa vendendo una preziosa collezione di francobolli per finanziare il progetto. Scopo del ‘Right Livelihood Award’ è di dare attenzione a quei campi della società e a quei problemi trascurati dal Nobel ‘ufficiale’.[BF]

30 set 2005

29 set 2005

Per diritto di cronaca!!!

II Messaggio del Santo Padre per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali è pubblicato, tradizionalmente, in concomitanza con la memoria di San Francesco di Sales, Patrono dei giornalisti (24 gennaio).

Fonte Misna.org

CITTÀ DEL VATICANO 29/9/2005 12.14
ANNUNCIATO TEMA GIORNATA MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI
Chiesa e Missione, Brief

"I Media: rete di comunicazione, comunione e cooperazione" è il tema annunciato oggi per la 40ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali del 2006. L’argomento scelto da Benedetto XVI – “indica il suo apprezzamento per la capacità dei mass media non solo di far conoscere le informazioni necessarie, ma anche di promuovere una fruttuosa cooperazione" ha detto l'arcivescovo John P. Foley, presidente del Pontificio consiglio delle comunicazioni sociali, il dicastero della Santa Sede che prepara il materiale sul tema, destinato alle Conferenze episcopali di tutto il mondo. La Giornata delle Comunicazioni sociali, l’unica celebrazione mondiale stabilita dal Concilio Vaticano II, è fissata nella maggior parte dei Paesi, su raccomandazione dei Vescovi del mondo, la domenica prima di Pentecoste (nel 2006, il 28 maggio). L’annuncio dell’argomento viene dato, di consuetudine, il 29 settembre, festa degli Arcangeli Michele, Raffaele e Gabriele, il quale è stato designato patrono di coloro che lavorano nella radio. Per il 24 gennaio è atteso invece il messaggio del Papa per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, pubblicato, secondo tradizione, in concomitanza con la memoria di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti.

Soldato

Una macchinetta a gettoni, questo è quello che la gente pensa che io sia. Me ne sto tranquillo a casa quando apro questo vecchio e caro blog e leggo Elena che chiede un altro racconto. Cara mia secondo te io un racconto dove lo trovo? Forse crescono sotto i cavoli? Non è che le storie sono bimbi che scorrazzano per un giardino e tu gli gridi: “Vieni qua!” E loro con la loro brava tuta sporca di terra vengono e ti chiedono cosa vuoi. Non funziona così.
Una volta. Qualche anno fa. Insomma qualche anno fa. Era il 1915. Il mio nome era Gaetano. Lo so che adesso la povera Elena sta pensando: “no, il tuo nome è Massimiliano.” Lo so bene il mio nome. Ma il Dna prima era dentro mio padre, poi dentro mio nonno e poi dentro il mio bisnonno ed ecco che mi chiamo Gaetano. Ero il mio amatissimo bisnonno, immerso completamente dentro il Dna della mia famiglia.
Dicevo. Avevo deciso che non sarei andato in guerra. Adesso questo è un argomento grosso. Solo la parola guerra fa tremare le meningi di molta gente. La parola morte è il sinonimo più vicino. Come la parola silenzio che ci ricorda il vuoto degli sguardi delle persone rapite. Le foto dei giornali. La televisione. E io ero pacifista. Insomma, ero pacifista quanto lo è uno che ha paura di morire. Ma non è che avessi esattamente paura di morire. Era pronto ad affrontare la guerra. Una mattina mentre mi guardavo allo specchio con il pennello in mano per fare la barba mi sono detto: “Ma vale la pena che io muoia?” Parliamoci chiaro, io sono uno di quelli che non muore, ma mettermi in mezzo alle pallottole che ti fischiano nelle orecchie mi sembrava veramente eccessivo.
Mi sposo! Idea brillante. E poi la parte migliore. E qui Elena scopri una cosa che non sai. Fare un figlio che mi avrebbe trattenuto a casa. Sì, lattina, i figli si fanno. Non stanno con le storie sotto un cavolo. Un figlio sarebbe stato il piccolo miracolo che mi avrebbe salvato e trovare una donna, per me, sarebbe stato pure troppo facile, siamo sempre stati belli in famiglia.
Ma quegli statisti matti fecero tutto troppo in fretta e io mi ritrovai con una moglie, un figlio in arrivo e una lettera di chiamata alle armi. Gli occhi di una donna che lacrimano leggermente quando arriva quella maledetta cartolina. Che se l’avete vista fa anche un po’ pena. C’è scritto l’essenziale su una carta grigia. Cara Elena ecco la parte triste della storia. Una bacio sulla pancia della mia donna. Uno sulle sue labbra. La sacca sulle spalle e uno sguardo verso chissà dove e la fantasia già su un treno pieno di soldati che tornano a casa e cantano.
La guerra. Non è come la descrivono. Scarpe scomode. Fango. Una camerata di dialetti diversi che cantano canzoni che non hai mai sentito prima, che ti ritrovi sulle labbra mentre pulisci per la centoduesima volta il tuo fucile. La divisa verde. Che poi a me il verde mi è sempre stato male addosso. Il silenzio militare. La sveglia militare. Una tromba che suona e che detta i tuoi tempi. Le mille lettere e tu aspetti sempre la stessa notizia.
Un giorno. Era febbraio. Lo ricordo bene faceva molto freddo. Una lettera su carta bianchissima. La calligrafia tondeggiante. Solo a guardarla ho gridato: “è nato!” Di corsa dal capitano. “Una licenza!” Ma non era tempo di licenze. Secondo loro era tempo di guerra, ma per me no. Sapevo che i miei vestiti da borghese mi sarebbero serviti. Vestito come per andare al bar lasciai la caserma. Un treno, anche troppo veloce mi portava verso quel piccolo figlio che mi aspettava.
Era quasi marzo ormai. Ero a Roma. Ero nella mia città. Nella mia aria. Incredibile come le case, le strade, la gente sono sempre uguali. Due colpi lenti sulla porta e poi tre veloci. “È Gaetano.” Il mio biglietto da visita. Sulla porta c’era lei con il piccolo Pietro che mi guardava. “Ciao.” Giusto il tempo di mangiare qualcosa come solo la mamma sa cucinare. Giusto il tempo di mettermi in tasca una sua foto di trenta giorni ed ero in cella di rigore.
Ecco, cara Elena, dove volevo arrivare. Massimo della pena senza nessun tribunale. Vuol dire 45 giorni di cella di rigore. Vuol dire che dopo si torna in guerra. Scappare per tuo figlio non è un reato da tribunale, ma devono farti capire che non si fa. Ecco Elena. 15 giorni a pane e acqua. 30 a minestra. Da solo nel buio di un gabbiotto che chiamano cella. Che con la mia testa avrei potuto tirarlo giù a capocciate. Invece me ne sono stato là tranquillo a pensare. A immaginare storie che poi qualcuno scriverà.
Ecco, cara Elena, dove nascono le storie. Da una follia che ti ricorda che sei vivo. Un bimbo che piange nelle tue orecchie attraverso una fotografia. Un treno che ti porta via. Un bicchiere di vino e una risata dentro la tua casa. Con i tuoi. Ecco dove sono.

26 set 2005

Fonte Misna

AFRICA 26/9/2005 9.01
DEBITO MULTILATERALE DEI PAESI POVERI: CANCELLATI 40 MILIARDI DI DOLLARI

Economia e Politica, Brief


Per 18 paesi tra i più indebitati del mondo, tutti del Sud del mondo e 14 dei quali africani, entro la fine dell’anno in corso dovrebbe diventare effettivo un accordo tra Fondo monetario internazionale (Fmi), Banca Mondiale e Banca africana per lo sviluppo, destinato ad annullare 40 miliardi di dollari del debito multilaterale. I paesi interessati sono: Benin, Bolivia, Burkina Faso, Etiopia, Ghana, Guyana, Honduras, Madagascar, Mali, Mauritania, Mozambico, Nicaragua, Niger, Rwanda, Senegal, Tanzania, Uganda and Zambia. L'annuncio è stato fatto sabato a amargine della riunione dello Fmi e confermato ieri dalla Banca Mondiale. Secondo stime dell'organizzazione inglese Oxfam, per ripagare i loro debiti i paesi poveri spendono ogni giorno 100 milioni di dollari.

25 set 2005

Non ero proprio abituato. Non ero mai stato al centro dell’attenzione. Settimo di nove fratelli. Quando ero piccolo passavo intere giornate nascosto nel piccolo balcone della lavanderia. Portavo con me la mia vecchia giacca azzurra. Giacca che già aveva affrontato lunghi inverni gelidi sulle spalle dei miei fratelli. Mi ci nascondevo sotto. Respiravo meno che potevo. Nessuno si sarebbe accorto della mia assenza.
Una casa con nove fratelli maschi è una specie di colonia costante. C’è sempre qualcuno contento che urla o qualcuno infelice che piange. C’è sempre qualcuno che è stato lasciato, che è stato sconfitto, che è andato male a un compito in classe o che ha perso del denaro. C’è sempre qualcuno che ha una motivazione migliore per rimanere al centro dell’attenzione, mentre te ne stai nascosto sotto una giacca.
Ero così timido che mi vergognavo anche di parlare a tavola davanti ai miei fratelli. Mi era permesso di mangiare sotto il tavolo. Andavo in bagno di notte mentre gli altri dormivano. A volte per non sentirli respirare mi addormentavo in salone. Mi rannicchiavo su una poltrona, credevo di non meritarmi un divano. E dormivo là. Quando dormivo in salone mi concedevo di russare. Russavo forte. Così forte che mi madre mi veniva ad accarezzare la testa. E io, anche se ero sveglio, continuavo a russare forte. Mia madre piangeva. Ero un figlio strano. Ero l’unico di nove fratelli che non sapeva fare un bel niente.
In quel momento mi ritrovavo in piedi. Davanti a trecento persone in silenzio. La sala buia un unico faro puntato su di me. Il cartellone all’ingresso recitava: “Matteo Salieri legge le sue parole.” Avevo poco più di vent’anni e avevo scritto un libro. Non un libro qualsiasi. “Le storie di un bimbo nascosto sotto una giacca”. L’avevo scritto ed era piaciuto. La gente lo leggeva seduta su una poltrona dentro la propria casa e per qualche motivo a me sconosciuto lo consigliava ad altre persone. Era un libro che piaceva.
Ero in piedi davanti a trecento persone che si aspettavano che iniziassi a leggere. In prima fila mia madre e mio padre. Il mio editore. I miei fratelli. Mia sorella Maria aveva portato con sé un suo fidanzato. Dario, credo questo fosse il nome. Una specie d’artista con i capelli lunghi, i jeans dentro gli stivali e una giacca troppo stretta per lui.
Tutti seduti in fila. Uno affianco all’altro. Tutti col naso all’insù. Tutti che volevano sentire per la prima volta la mia voce. La mia voce che narrava, raccontava le mirabolanti storie partorite dalla mia fantasia.
Tutto era iniziato quando mio padre un Natale non sapeva cosa regalarmi. Ero l’unico di nove fratelli che non scriveva la letterina a Babbo Natale. Non sapevo se anch’io ne avessi il diritto. Nessuno mai mi aveva chiesto di farlo e io, semplicemente, non lo facevo. Venne in piena notte. Una di quelle notti che dormivo in salone. Aprì la porta. “Lo so che sei sveglio”. Mi tirai su sulla poltrona, lo guardai negli occhi. Stavo russando come poteva sapere che ero sveglio? “Ho visto una macchina da scrivere nel negozio qua sotto, la vuoi una macchina da scrivere?” In quel momento non capivo bene cosa avrei dovuto farmene di una macchina da scrivere, avevo dodici anni. “Allora la vuoi?” Un attimo di riflessione. “Qualcosa dovrai pur volere…” Qualcosa dovevo volere, ma non sapevo cosa volessi. “La maestra dice che scrivi tanto bene e tua mamma piange quando legge le tue cose.” Lo disse come se non volesse che io sapessi. Non che la mamma piangeva. Lei piangeva anche mentre si lavava i denti. No. Che anche lui piangeva. Che piangeva mentre pensava a quel figlio strano che scriveva meglio di lui. Che piangeva mentre leggeva quelle storie nascoste dietro il mobile dei vestiti. Anche il colonnello piangeva. Anche il colonnello aveva un cuore. Anche il colonnello era dispiaciuto mentre era costretto a schiaffeggiarlo.
“Allora la vuoi?” Non c’era bisogno di parlare. Con lui non c’era mai bisogno di parlare. Certo che la volevo. Certo che volevo quella del negozio sotto casa. Qualcosa. Sapevo fare anch’io. Non sapevo parlare, recitare, giocare a pallone, arrampicarmi sugli alberi. Non ero mai tornato a casa pestato o sporco di fango. Poche donne si sarebbero innamorate di me. Ma finalmente anch’io ufficialmente sapevo fare qualcosa. Anche se non ebbi mai il diritto di tenere la mia macchina da scrivere sulla scrivania. Scrissi tutto sotto il letto, sotto il mio letto. Sulla coperta che Maria mi aveva regalato, tanto lei ne aveva una nuova.
Dietro quel pulpito mi tremavano le gambe. Mi sudavano le mani. E il faro puntato su di me m’imperlava la fronte. Ancora non sapevo come avrei attaccato la prima parola. Sottovoce. Leggermente urlata, per risvegliare la gente dal loro torpore.

24 set 2005

Ecco i miei ultimi visitatori

Venerdì sera.

Sono maledettamente a casa!!!!! Alice, troia e chioccia, mi tiene a sé con i raggi freddi di un monitor piatto. TROIA E CHIOCCIA!!! Perché la tua fine è questa. È inutile che mi guardi così. La tua fine è internet. Una sigaretta rubata in balcone. Un bicchiere di Mirto o di limoncello. I capelli lunghi e spettinati. La musica bassa finché non torna tua sorella a casa. Inutile tutto.
Venerdì maledetto sera a casa. Quando io già mi pregustavo una notte di alcol e sigarette. Di sguardi a donne che non te la daranno mai. Quando da dentro ti esce quell’istinto primordiale di farti fisicamente grande per attrarre la femmina. La quale, giustamente, inclina in avanti il capo per nascondere in un colpo di tosse, un suono a metà tra una risata e un conato di vomito.
Giullare della tua stessa corte: ti vesti, ti radi, magari hai anche lavato la macchina. Ma questa è la serata di quelli che puzzano. Giullare della tua stessa corte: pantaloncini corti, magliettaccia, la doccia l’ho fatta ieri, io questa sera prendo i mezzi. Ops! Non ti hanno avvertito? Questa è la serata della camicia. Ah! Dimenticavo. (Un sussurro). Questa sera gli autobus non passano.
Giullare. Ecco quello che sei. Niente di più o niente di meno. Ti colori le vesti. Magari ti dipingi il viso. Te ne vai allo stadio fiero della tua maglietta nuova. Quella della Roma. Ci hai fatto mettere sopra il numero “40”. E una scritta: “Nonda”. Shabani Christophe. Nato BUJUMBURA nel 1997. Ti ricorda Weah. Speri che ti faccia sognare come Weah. Avresti comprato la Tribuna Monte Mario, ma il portafoglio era vuoto. Hai la tua bandiera senza asta. La tua sciarpetta. La tua maglietta. Hai il tuo posto segreto dove mettere la macchina. E hai ancora quell’aria esterrefatta quando vedi l’Olimpico e quando entri nell’Olimp(ic)o. Ma non l’hai saputo? Shabani Christophe Nonda? Il numero 40? Non gioca questa sera. Niente di grave un raffreddore. Gioca domenica prossima. Abbonato? No. Mi dispiace.
Non sto dicendo che la sfiga si accanisce. Non mi permetterei mai. Non lo sto dicendo. La sfiga non esiste. Esiste la Divina Provvidenza. Ma la sfiga, NO!!!!! Venerdì, sabato, domenica, lunedì, martedì, mercoledì e giovedì sono tutti uguali. C’è la coppa, il campionato. Magari il mondiale di ciclismo oppure il tour. Ma ogni giorno è uguale all’altro.
Però se hai una fidanzata le cose cambiano. Se sei innamorato magari ti viene voglia di farti sette ore di treno ad andare e sette a tornare per assicurati un futuro. Un futuro qualsiasi. E magari la pianti di dire che vuoi fare lo scrittore. Magari la pianti di fare il coglione.
Con una rompi palle al telefono non hai voglia dell’ottavo shot. Delle terza tequila sunrise. Della seconda birra. Non ti mangi del pollo alle mandorle in una vaschetta argentata, chi ha voglia di fare i piatti, in mutande davanti al computer. Con una rompi palle che ti gira mezza nuda per casa, scodinzolando il suo sederino mentre leggi la posta, il giornale, un libro, ti passa la voglia di essere quello: leggo tutto, basta che leggo.
Diciamolo chiaro. La rompi palle ha un sederino spettacolo. Due occhi chiarissimi. Una voce martellante e acuta che non ti fa dormire. Due piccoli seni che stanno in una coppa di champagne. Anche se preferisci lo spumante. Brut o dolce, o forse brachetto, basta che sia italiano. Un viso da carezze e un collo da mille baci. La rompi palle è stupenda scapigliata di prima mattina e ristrutturata quando scende da casa. Quando lascia che l’ombrello sgoccioli sul sedile di dietro della macchina o sulla tua giacca. Quando odia la barba. Quando adora il tuo faccino sconsolato. Quando inventa un nuovo nomignolo per prenderti in giro. La rompi palle è bella sempre.
Ah! Dimenticavo: non la chiamare mai rompi palle, lo fa per il tuo bene. A questo mondo si può essere vegetariani, ma non si può fumare. Si può uccidere un piccolo feto di tre mesi, ma non si può passare con il rosso alle tre di notte. Ti puoi drogare, puoi bere, puoi rantolarti per terra, ma non puoi essere molesto. Puoi fare del sesso con una donna, ma guai ad innamorartene. Puoi distruggere lentamente la tua esistenza, ma non puoi chiuderla là dov’è. Non puoi dire: “Capo questa è la mia fermata. Grazie. Scendo qua!”

20 set 2005

Fonte: Misna.org

IRAK 20/9/2005 10.54
ALLE STAMPE TESTO NUOVA COSTITUZIONE
Altro, Brief
Le Nazioni Unite stanno per mandare alle stampe cinque milioni di copie della nuova Costituzione irachena. I volumi, una volta rilegati, saranno distribuiti in collaborazione con le autorità irachene in tutto il Paese, così da dare la possibilità agli elettori di prenderne visione prima del referendum di metà ottobre, in occasione del quale i cittadini del Paese arabo saranno chiamati ad approvare o respingere la nuova Carta fondamentale. Le stampe del testo, scritto in arabo e curdo, saranno pronte entro una decina di giorni.[LL]