11 ott 2005

Fonte Misna.org

CITTÀ DEL VATICANO 11/10/2005 12.39
SINODO VESCOVI: CARDINALE MARTINO, POVERTÀ È “QUESTIONE SOCIALE MONDIALE"
Chiesa e Missione, Brief
“La drammatica situazione di estrema povertà che attanaglia milioni e milioni di uomini e di donne ed interi popoli, nonostante la ricchezza continui a crescere nel nostro pianeta globalizzato, situazione che assume, al giorno d’oggi, le proporzioni di una vera e propria questione sociale mondiale”. Lo ha detto stamani il cardinale Renato Martino, presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, intervenendo al Sinodo dei vescovi in Vaticano. “Mettere in risalto il rapporto tra Eucaristia e carità sociale e politica – ha proseguito - non significa evidentemente proporre indebite politicizzazioni dell’Eucaristia, ma piuttosto di favorire la piena verità’ del mistero eucaristico in tutta la sua inesauribile ricchezza capace di ispirare e promuovere anche la dimensione sociale e politica della carità”. Il cardinale Martino ha anche affermato che, in questo contesto, va pure riservata una speciale attenzione al rapporto tra Eucaristia e uso dei beni della terra’, che la Chiesa considera come originariamente destinati a tutti. Su questa medesima linea si colloca la problematica circa il rapporto tra Eucaristia e pace, così incisivamente posto in rilievo dal compianto amatissimo Giovanni Paolo II nella ‘Mane Nobiscum, Domine’: “L’immagine lacerata del nostro mondo, che ha iniziato il nuovo Millennio con lo spettro del terrorismo e la tragedia della guerra, chiama più che mai i cristiani a vivere l’Eucaristia come una grande scuola di pace”, al riparo tuttavia da indebite ingerenze mondano-politiche. Il Presidente di Giustizia e Pace ha concluso suggerendo che, stante l’attualità di tali temi, questo Sinodo potrebbe proporre al Santo Padre di rendere pubblico un intervento organico, frutto del suo alto magistero, sui temi nuovi che riguardano la pace nella carità, la militanza per la pace, il giusto rapporto tra Eucaristia e pace, la spiritualità della pace.

10 ott 2005

Mi sa che vado a vedere Harry Potter!!!! Ecco il cast...


Harry Potter


AIUTO!!!!!!!!!!!!!!!!!!

The Dante's Inferno Test has banished you to the Second Level of Hell!
Here is how you matched up against all the levels:

LevelScore
Purgatory (Repenting Believers)High
Level 1 - Limbo (Virtuous Non-Believers)Moderate
Level 2 (Lustful)Very High
Level 3 (Gluttonous)High
Level 4 (Prodigal and Avaricious)Low
Level 5 (Wrathful and Gloomy)Very Low
Level 6 - The City of Dis (Heretics)Very Low
Level 7 (Violent)Low
Level 8- the Malebolge (Fraudulent, Malicious, Panderers)Moderate
Level 9 - Cocytus (Treacherous)Moderate

Take the Dante's Inferno Hell Test

9 ott 2005

Natalia


Natalia. 18 anni. Forse qualcosa di più. Forse ormai sfiori i diciannove. Eppure sei ancora così immersa nel tuo essere una bambina. Il tuo sguardo sempre un po’ sorpreso e la tua piccola bocca che ha sempre voglia di darmi un bacio. Uno dei tuoi baci su una guancia. Con quei capelli biondi che per un attimo mi nascondono dal mondo. E mi nascondono il mondo.
Natalia mi riporti in mente mille ricordi. Ricordi che non esistono. Ricordi che vorrei esistessero. Sogni. Fantasia. La tua bellezza e il tuo sguardo. Troppo facile immaginarti su una spiaggia in un piccolo costume che nasconde le tue immature bellezze. Il tuo sedere che scodinzola. Troppo facile immaginarti una sera in discoteca. In una minigonna. Le tue esili gambe. Il tuo sguardo. La musica che ti cammina nel corpo. La maglietta un po’ troppo scollata lascia intravedere i piccoli seni.
Troppo forte, per la mia debole anima, immaginarti mia amante. Immaginarti senza veli che mi nascondono la tua bellezza. Troppo per me vederti senza quella sottile pellicola che ti rende una creatura inarrivabile. Senza il vetro smerigliato dell’impossibile. Vederti dentro il mio letto, dentro le mie braccia. Essere nel tuo corpo. Non è possibile.
Piccola Natalia. Lontana da me. Lontana dal mondo, da una realtà che ti lascia sempre terribilmente sorpresa. Piccola Natalia. Impaurita da tutto. Eppure così autoritaria. Così sicura di me e di te. Piccola Natalia sorriso che mi nasce spontaneo sulle labbra quando ti penso. Quando lascio che l’immagine di te scorra nella mia fantasia. Quando lascio che le tue parole leggermente sussurrate mi risveglino dall’antico torpore che trattiene il mio cervello.
Un sussurro. Ecco cosa sei. Un violento sussurro che devasta la vita. Prima non esisti, ma poi esisti ed è impossibile fare a meno di tenerlo sempre a mente. Di tenere la tua immagine davanti agli occhi. Lo so cosa stai pensando. Esattamente quella è la mia immagine. Il tuo primo sorriso verso di me. Un piccolo sussurro. Grazie. Quella bottiglia gelata di birra. Una Ceres. La ricorderò a lungo. Fredda. Ricorderò a lungo. Era sera. Un fuoco caldo. Trenta ragazzi. Tutti bevuti. Io ero appena arrivato. L’avete una birra? Certo. Eccola. Il tuo viso. Il tuo sorriso. Ecco tutto. Niente di più. Solo questo.
Natalia. 18 anni. Capelli biondi. Bella bocca. Bel sorriso. Voglia di vivere. Voglia di essere in silenzio con te.

Servi inutili

L’idea che sta alla base di tutto m’innervosisce. Anzi mi fa incazzare proprio. L’idea per cui sotto qualcosa o sotto qualcuno ci sia sempre ed inevitabilmente un senso certo. Ci sono significanti e significati. Il tuo corpo molle non è niente. È vuoto totale. È assenza di significato. (Anche se in realtà anche il vuoto non senso è senso. Il non messaggio è messaggio). Sei solo il putrido cibo che sfamerà gli inutili vermi della terra. Sei una piccola bottiglia vuota. Poi un giorno decidi di abbeverarti alla fonte della vita e riempi la tua bottiglia. Però non c’è solo una fonte. Ce ne so mille. Allora inizi a fare cocktail. Tequila Sunrise, Cuba Libre, Assenzio liscio, schottino, alcol puro, birra alla spina, un bicchiere di vino e ognuno è quello che gli pare. Quello che sceglie tra le disponibilità che ci sono. Come al supermercato oppure al discount. Oppure in enoteca. Oppure non so dove. Magari in cima ad una montagna a raccogliere acqua pura. Oppure in qualche valle ombrosa a spremere bacche rarissime per coglierne il prezioso nettare. Sei un vuoto totale che diventa qualcosa di unico e diverso. Come unica e diversa è ogni bottiglia. Tempo, temperatura, contenuto… Tutto è diverso.
Poi ad un certo punto arriva qualcuno e da una sorsata. “Buono questo chinotto.” “No, veramente io sarei del Nero D’Avola.” Arriva un altro. “Che schifo! Chinotto!” “No, veramente, io sono sempre Nero D’Avola.” Poi ti rendi conto di avere una bella etichetta sulla pancia. Poche lettere. Scritte anche piuttosto bene: “CHINOTTO”. Tu eri sceso nelle migliori vigne, lasciando che il sole scaldasse il tuo corpo e bruciasse i tuoi occhi. Hai scelto acino per acino il tuo contenuto. Per essere nero inchiostro, ma con delle venature rubino. Hai scelto, selezionato, bruciato, lottato per essere. Invece non sei. Perché hai una bella etichetta sul tuo pancione rigonfio che dice: “CHINOTTO!” E, per tutti, sei chinotto.
Sei un vuoto. Sei un molle ammasso di cellule. Non hai controllo neanche su quello che sei. Gli altri decidono e tu sei. Senza pietà alcuna. Perché, parliamo chiaro, la pietà non esiste. Esiste la pena. Ma non la pietà. Come la carità e la speranza, è una pia illusione. Altro che pilastri. Tutto gira intorno alla pena. Mi dispiace molto per te, eccoti quello di cui hai bisogno. Mi fai un po’ schifo, ma prendi questo così fai un po’ meno schifo.
Sei vuoto. Sei un pozzo profondo pieno di inutili cazzate. Ecco quello che sei ed è meglio che lo sai ora perché magari ti fai idee sbagliate. Magari pensi che quello che dici abbia un senso o almeno sia espressione di te stesso. Invece sbagli. Dai retta a me. Svuota il tuo cervello. Non avere idee, opinioni. Non pensare nulla. Non dire niente. Stattene nel tuo silenzio. Magari se hai una fervida fantasia inventa storie e falle vivere solitarie nella tua testa. Lascia che piano piano tutto si allontani. Che il mondo intorno a te crolli. Lasciati essere una bottiglia in uno scaffale vuoto. Quello che non si allontana, lo allontanerai.

McLuhan diceva: “L’accettazione docile e subliminale della loro influenza ha trasformato i media in prigioni senza muri per gli uomini che ne fanno uso”.
    

8 ott 2005

Fonte Misna.org

IRAK 8/10/2005 15.17
AUMENTA NUMERO SOLDATI USA MA NON LA SICUREZZAAltro, Brief
Con i sei soldati morti ieri è salito ad almeno 1.950 morti il bilancio dei caduti tra i marines statunitensi impegnati negli ultimi 31 mesi in Iraq. Washington ha annunciato di aver portato a 138.152 il numero dei soldati Usa di stanza nel Paese arabo per tenere testa alla ribellione e, soprattutto, garantire lo svolgimento del referendum sulla Costituzione, previsto per il prossimo 15 ottobre e considerato un appuntamento decisivo per il futuro dell’Iraq. Intanto le autorità militari statunitensi fanno sapere di essere pronte a bombardare alcuni villaggi al confine con la Siria, nei quali si nasconderebbero gruppi di ribelli. Dallo scorso 28 settembre il Pentagono ha annunciato ed eseguito almeno quattro grandi operazioni contro la guerriglia, senza però ottenere evidenti risultati visto il susseguirsi giornaliero di attacchi e attentati - soprattutto contro le forze di sicurezza irachene ma anche contro civili inermi - pressoché in tutto il Paese.[LL]

7 ott 2005

Senza senso

“Non posso vivere senza di te. Perdere è una questione che mi ha sempre divertito”. Questo doveva essere l’incipit. Sono tre giorni, almeno, che è sul mio monitor. Sotto avevo messo quest’altra frase che mi sembrava anch’essa un buon incipit. “Sai quando due sedicenni si accorgono di piacersi l'uno con l'altra, quelle telefonate surreali in cui lei ridacchia come un'idiota e tu sei un po’ basito?” Due incipit diversi, ma entrambi possibili.
Incredibile come cercare un inizio sia un affastellarsi di frasi molte diverse fra loro che ognuna porta dietro di sé un significato o, come piace a noi comunicatori, un messaggio. “Perché lo fai?” I mass media ci raccontano di donne, a volte bambine, che in chat ti offrono le loro foto in cambio di una ricarica per il cellulare. Soldi. Cellulare. Ma perché? C’è un’eterna lotta tra gli uomini che dicono alle donne che sono zoccole e le donne che dicono agli uomini che sono stronzi. Flavia dice che gli uomini sono insulsi. Forse sono anch’io sono insulso. Terribilmente insulso. Come è terribilmente dis-umanizzante l’incontro tra soldi e sesso. Come è terribilmente reale questo incontro.
“Vuoi sapè la procedura? Io i soldi non li caccio e tu non li becchi (Sordi).” Albertone. Vecchio saggio nel suo favoloso Marchese del Grillo. Incredibilmente attuale. Io non ci sto. Che la campane suonino a morto. Tutte!!!! È morta la giustizia. “Vuoi sapè la procedura? Io i soldi non li caccio e tu non li becchi (Sordi).” Quando qualcuno deve imparare a trasformarsi in una aberrazione di se stesso allora noi non possiamo far altro che piangere. Perché siamo insulsi e ci stiamo trasformando tutti in un aberrazione.
Per questo c’è bisogno di una donna. O almeno, per questo che io ho bisogno di una donna. Esattamente una donna. Perché gli uomini sono insulsi, ma le donne no. Perché gli uomini ragionano con il loro pene e le donne con le ovaie. Io ragiono con la parte di me che mi porta a provare piacere, forse il più grande piacere che si possa provare. Una donna ragiona con la parte di lei che la porta a provare dolore, forse il più grande dolore che si possa provare.
Sottile differenza. Diverso approccio. Diverso risultato. Diverse responsabilità.
C’è assoluto bisogno di tornare sulla strada. C’è assoluto bisogno di tornare sull’asfalto.
“La vertigine non è paura di cadere, ma voglia di volare (Lorenzo)”. Voglio fidarmi. Ho bisogno di fidarmi di te.

Secondo me non gli assomiglio per niente!!!!!


5 ott 2005


3 ott 2005

La Romita!!!!





2 ott 2005

DEFEND AMERICA

Anche questo può essere quanto meno interessante!!!!

Già che ci siete guardate anche questo.

United state Navy e in particolare questo

Viaggiare sicuri

Se volete viaggiare andate a guardarvi prima questo sito. Per me è una vera chicca del Ministero degli Affari Esteri.

Fonte Misna.org

SUD DEL MONDO 30/9/2005 4.33
OCSE: AIUTI ALIMENTARI, CAMBIARE SISTEMA E COMPRARLI IN LOCO

Economia e Politica, Brief

Cambiare il sistema degli aiuti alimentari diminuendo la quantità di scorte trasportate dai Paesi ricchi e acquistandole invece in quelli poveri non solo porterebbe vantaggi ai beneficiari dell’assistenza ma permetterebbe di risparmiare grandi quantità di denaro: lo sostiene un nuovo rapporto dell’Organizzazione per la cooperazione economica e lo sviluppo (Ocse- Oecd, che riunisce 30 Paesi del Nord del mondo). Secondo l’indagine i costi potrebbero essere abbattuti fino al 50%: è il caso degli Stati Uniti, che trasportano verso i Paesi del Sud del mondo la propria sovrapproduzione, mentre spenderebbero la metà acquistando direttamente in loco. Nel 2004, il 99% del cibo donato dagli Usa era ‘tide aid’, cioè vincolato alla produzione statunitense. Non solo, ma l’immissione sui mercati locali di grandi quantità di cibo – per esempio grano o cereali – rischia spesso di far abbassare il prezzo dei prodotti locali, con gravi ripercussioni sui contadini dei Paesi poveri. Il rapporto sottolinea che questa pratica non è imputabile solo agli Stati Uniti, ma anche ad altri donors come il Giappone, la Cina, l’India e la Corea del Nord. Il risparmio, sostengono gli esperti dell’Ocse, non deriva solo dai minori costi di trasporto, ma anche dall’acquisto di generi alimentari in uno dei Paesi della regione dove è destinata l’assistenza (per esempio il Niger, in questi mesi); questo permetterebbe un abbattimento dei costi fino al 33%. Secondo Edward Clay, uno degli autori del rapporto, i Paesi donatori potrebbero abbassare la spesa di 750 milioni di dollari l’anno. Qualcuno ha già iniziato: il governo del Canada ha annunciato in questi giorni che d’ora in avanti acquisterà sul mercato locale fino al 50% dei prodotti alimentari destinati agli aiuti rispetto al limite del 10% mantenuto finora.[EB]

Fonte Misna.org

MONDO 30/9/2005 6.11
ASSEGNATO ‘NOBEL ALTERNATIVO’ A QUATTRO ATTIVISTI PER I DIRITTI UMANI
Diritti Umani, Brief
Un ‘uomo di medicina’ del popolo boscimane, un’avvocatessa malese e due attivisti canadesi per il ‘commercio equo’ sono i quattro vincitori dell’edizione 2005 del premio ‘Right Livelihood Award’ conosciuto anche come ‘Premio Nobel alternativo’. Il riconoscimento, dice il suo fondatore Jakob von Uexkull, è indirizzato a persone che abbiano dato “speranza e ispirazione ma anche messo in pratica azioni concrete e soluzioni” per i problemi globali. Roy Sesana, 76enne boscimane del Botwana, con l’associazione da lui fondata nel 1992 ‘Popoli indigeni del Kalahari’ (First Peolple of Kalahari) ha avviato un movimento di resistenza non violento contro i trasferimenti obbligati del popolo boscimane fuori dalla terre avite del Kalahari, dove sono stati individuati importanti giacimenti diamantiferi a cui ambiscono il governo di Gaborone e investitori privati. La difesa dei diritti dei migranti poveri in Malesia, in particolare delle decine migliaia di domestiche di origine indonesiana chiuse in abitazioni dove spesso subiscono violenze fisiche e sfruttamento, è invece la battaglia che ha fatto meritare il premio a Irene Fernadez, avvocato di Kuala Lumpur. Maude Barlow, nota in patria per la difesa dei diritti delle donne, e Tony Clarke sono i due attivisti canadesi premiati per la realizzazione di modelli alternativi di commercio. Infine una menzione speciale è andata all’artista messicano Francisco Toledo “per aver dedicato se stesso e la sua arte alla protezione del patrimonio culturale, dell’ambiente naturale e della vita comunitaria del popolo indigeno di Oaxaca”. La cerimonia di premiazione è prevista per il 9 dicembre a Stoccolma, presso il parlamento svedese. I vincitori si divideranno i 213.000 euro del premio messo a disposizione da von Uexkull, che nel 1980 inaugurò l’iniziativa vendendo una preziosa collezione di francobolli per finanziare il progetto. Scopo del ‘Right Livelihood Award’ è di dare attenzione a quei campi della società e a quei problemi trascurati dal Nobel ‘ufficiale’.[BF]

30 set 2005

29 set 2005

Per diritto di cronaca!!!

II Messaggio del Santo Padre per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali è pubblicato, tradizionalmente, in concomitanza con la memoria di San Francesco di Sales, Patrono dei giornalisti (24 gennaio).

Fonte Misna.org

CITTÀ DEL VATICANO 29/9/2005 12.14
ANNUNCIATO TEMA GIORNATA MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI
Chiesa e Missione, Brief

"I Media: rete di comunicazione, comunione e cooperazione" è il tema annunciato oggi per la 40ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali del 2006. L’argomento scelto da Benedetto XVI – “indica il suo apprezzamento per la capacità dei mass media non solo di far conoscere le informazioni necessarie, ma anche di promuovere una fruttuosa cooperazione" ha detto l'arcivescovo John P. Foley, presidente del Pontificio consiglio delle comunicazioni sociali, il dicastero della Santa Sede che prepara il materiale sul tema, destinato alle Conferenze episcopali di tutto il mondo. La Giornata delle Comunicazioni sociali, l’unica celebrazione mondiale stabilita dal Concilio Vaticano II, è fissata nella maggior parte dei Paesi, su raccomandazione dei Vescovi del mondo, la domenica prima di Pentecoste (nel 2006, il 28 maggio). L’annuncio dell’argomento viene dato, di consuetudine, il 29 settembre, festa degli Arcangeli Michele, Raffaele e Gabriele, il quale è stato designato patrono di coloro che lavorano nella radio. Per il 24 gennaio è atteso invece il messaggio del Papa per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, pubblicato, secondo tradizione, in concomitanza con la memoria di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti.

Soldato

Una macchinetta a gettoni, questo è quello che la gente pensa che io sia. Me ne sto tranquillo a casa quando apro questo vecchio e caro blog e leggo Elena che chiede un altro racconto. Cara mia secondo te io un racconto dove lo trovo? Forse crescono sotto i cavoli? Non è che le storie sono bimbi che scorrazzano per un giardino e tu gli gridi: “Vieni qua!” E loro con la loro brava tuta sporca di terra vengono e ti chiedono cosa vuoi. Non funziona così.
Una volta. Qualche anno fa. Insomma qualche anno fa. Era il 1915. Il mio nome era Gaetano. Lo so che adesso la povera Elena sta pensando: “no, il tuo nome è Massimiliano.” Lo so bene il mio nome. Ma il Dna prima era dentro mio padre, poi dentro mio nonno e poi dentro il mio bisnonno ed ecco che mi chiamo Gaetano. Ero il mio amatissimo bisnonno, immerso completamente dentro il Dna della mia famiglia.
Dicevo. Avevo deciso che non sarei andato in guerra. Adesso questo è un argomento grosso. Solo la parola guerra fa tremare le meningi di molta gente. La parola morte è il sinonimo più vicino. Come la parola silenzio che ci ricorda il vuoto degli sguardi delle persone rapite. Le foto dei giornali. La televisione. E io ero pacifista. Insomma, ero pacifista quanto lo è uno che ha paura di morire. Ma non è che avessi esattamente paura di morire. Era pronto ad affrontare la guerra. Una mattina mentre mi guardavo allo specchio con il pennello in mano per fare la barba mi sono detto: “Ma vale la pena che io muoia?” Parliamoci chiaro, io sono uno di quelli che non muore, ma mettermi in mezzo alle pallottole che ti fischiano nelle orecchie mi sembrava veramente eccessivo.
Mi sposo! Idea brillante. E poi la parte migliore. E qui Elena scopri una cosa che non sai. Fare un figlio che mi avrebbe trattenuto a casa. Sì, lattina, i figli si fanno. Non stanno con le storie sotto un cavolo. Un figlio sarebbe stato il piccolo miracolo che mi avrebbe salvato e trovare una donna, per me, sarebbe stato pure troppo facile, siamo sempre stati belli in famiglia.
Ma quegli statisti matti fecero tutto troppo in fretta e io mi ritrovai con una moglie, un figlio in arrivo e una lettera di chiamata alle armi. Gli occhi di una donna che lacrimano leggermente quando arriva quella maledetta cartolina. Che se l’avete vista fa anche un po’ pena. C’è scritto l’essenziale su una carta grigia. Cara Elena ecco la parte triste della storia. Una bacio sulla pancia della mia donna. Uno sulle sue labbra. La sacca sulle spalle e uno sguardo verso chissà dove e la fantasia già su un treno pieno di soldati che tornano a casa e cantano.
La guerra. Non è come la descrivono. Scarpe scomode. Fango. Una camerata di dialetti diversi che cantano canzoni che non hai mai sentito prima, che ti ritrovi sulle labbra mentre pulisci per la centoduesima volta il tuo fucile. La divisa verde. Che poi a me il verde mi è sempre stato male addosso. Il silenzio militare. La sveglia militare. Una tromba che suona e che detta i tuoi tempi. Le mille lettere e tu aspetti sempre la stessa notizia.
Un giorno. Era febbraio. Lo ricordo bene faceva molto freddo. Una lettera su carta bianchissima. La calligrafia tondeggiante. Solo a guardarla ho gridato: “è nato!” Di corsa dal capitano. “Una licenza!” Ma non era tempo di licenze. Secondo loro era tempo di guerra, ma per me no. Sapevo che i miei vestiti da borghese mi sarebbero serviti. Vestito come per andare al bar lasciai la caserma. Un treno, anche troppo veloce mi portava verso quel piccolo figlio che mi aspettava.
Era quasi marzo ormai. Ero a Roma. Ero nella mia città. Nella mia aria. Incredibile come le case, le strade, la gente sono sempre uguali. Due colpi lenti sulla porta e poi tre veloci. “È Gaetano.” Il mio biglietto da visita. Sulla porta c’era lei con il piccolo Pietro che mi guardava. “Ciao.” Giusto il tempo di mangiare qualcosa come solo la mamma sa cucinare. Giusto il tempo di mettermi in tasca una sua foto di trenta giorni ed ero in cella di rigore.
Ecco, cara Elena, dove volevo arrivare. Massimo della pena senza nessun tribunale. Vuol dire 45 giorni di cella di rigore. Vuol dire che dopo si torna in guerra. Scappare per tuo figlio non è un reato da tribunale, ma devono farti capire che non si fa. Ecco Elena. 15 giorni a pane e acqua. 30 a minestra. Da solo nel buio di un gabbiotto che chiamano cella. Che con la mia testa avrei potuto tirarlo giù a capocciate. Invece me ne sono stato là tranquillo a pensare. A immaginare storie che poi qualcuno scriverà.
Ecco, cara Elena, dove nascono le storie. Da una follia che ti ricorda che sei vivo. Un bimbo che piange nelle tue orecchie attraverso una fotografia. Un treno che ti porta via. Un bicchiere di vino e una risata dentro la tua casa. Con i tuoi. Ecco dove sono.